Fa un certo effetto vedere la tua cittadina legata al posto che più ami al mondo, soprattutto se in mezzo c’è un oceano. Per dirla con meno parole, il sito del New York Times ha pubblicato una bella serie di foto della Sardegna. E di Alghero.
L’articolo che le accompagna, “Sardegna, i ricordi riaffiorano in superficie” (firmato da Ondine Cohane) risale a ottobre del 2011. È un ricordo dell’isola in cui l’autrice passava le vacanze da bambina.
Sono andata in Sardegna per la prima volta da bambina, negli anni Settanta. I miei genitori ripetevano sempre che “l’unico modo per vedere la Sardegna è a bordo di una barca” e, appunto, avevano una splendida barca che per molte estati hanno ormeggiato a Porto Cervo, nella costa nord est dell’isola.
Uno dei ricordi a me cari è l’acqua cristallina in cui potevi vederti ogni dettaglio dei piedi, anche se eri immerso fino all’ombelico nell’acqua salata. Attraccavamo in qualche baia deserta come Spargi, e io nuotavo fino alla spiaggia insieme ai nostri tre cagnolini, buttandomi con loro sulla sabbia bianca e impalpabile.
A parte le osservazioni sul cambiamento dei luoghi e infrastrutture, è lo sguardo esterno a cogliere i dettagli:
La gioia più grande qui in Sardegna, per me, sta nel vedere gli italiani che si divertono come bambini sulla spiaggia. A metà settembre i bambini magari sono tornati a scuola, ma c’è un discreto numero di persone impegnate a inseguirsi sulla battigia con lo stesso entusiasmo che avevano da ragazzini.
La galleria fotografica, dopo qualche scatto su Stintino e La Maddalena, si concentra su Alghero. La più bella in assoluto, per me, è qui. Ed è esattamente quello che vedo quando esco al tramonto.
Oggi Gothamist ha scovato alcune splendide foto di Staten Island, il distretto di New York che – per stile di vita e ritmi – sembra lontano anni luce da Manhattan, anche se basta meno di mezz’ora in traghetto (gratuito) per arrivarci.
E proprio una vecchissima foto del traghetto è una delle immagini che testimoniano meglio i tempi con due grandi cartelli: “uomini” e “donne” (il sito originale è Staten Island History).
Nel 1915 l’ispettore dell’ufficio immigrazione, seduto a un tavolo come questo, avrebbe potuto chiederti “Quanti soldi hai?”.
L’ingresso al museo è gratuito. Grazie della tua offerta per la salvaguardia di Ellis Island.
Questa foto è stata scattata nel museo dell’immigrazione di Ellis Island (che è una delle parti migliori della gita alla Statua della Libertà, quindi pensateci due volte prima di saltarlo).
Se iniziasse oggi e facesse uno spettacolo al giorno senza pause, raggiungerebbe l’obiettivo in un lontano mercoledì di fine giugno, nel 2039.
La festa di oggi per The Phantom of the Opera è di quelle da ricordare. La pomeridiana delle due, alle otto di sera in Italia, non sarà solo una celebrazione del musical di Andrew Lloyd Webber con il record di permanenza a Broadway (24 anni).
Sarà soprattutto l’occasione per festeggiare tutti gli artisti che in questi anni si sono alternati nei ruoli del Fantasma, di Christine e di Raoul, per riunire i tecnici, i musicisti, e incontrare il cast a cui si aggiungono, per un brindisi, alcuni dei primi protagonisti: Rebecca Luker (che ebbe il ruolo di Christine dal 1988 al 1991) e Cris Groenendaal (nelle vesti del Fantasma alla fine degli anni Ottanta, e nel cast originale dal 1986 nel ruolo di Monsieur André).
Questo, però, a un prezzo abbastanza caro: i biglietti più preziosi (prima fila, brindisi con il cast, cena privata) costano 500 dollari. E andranno tutti a favore dell’Actors Fund, il fondo che aiuta artisti e tecnici e a cui il Fantasma ha già donato oltre quattro milioni di dollari, consegnandogli gli incassi di molte repliche di beneficenza.
E questo è quasi un pezzo di storia: la versione del tema principale eseguita per i Tony Awards del 1988, quando il musical debuttò a Broadway e vinse praticamente tutto.
Ci sarà anche una torta in tema “10.000″. E, visto che siamo a New York, non potrà essere altro che opera del Cake Boss. Ma per le foto bisogna aspettare domani.
I can’t really explain it,
I haven’t got the words
It’s a feeling that you can’t control
I suppose it’s like forgetting, losing who you are
And at the same time something makes you whole
Quando la commissione per la Royal Ballet School chiede a Billy Elliot di spiegare che cosa sia per lui la danza, questo è l’inizio della sua risposta. La stessa che è stata ripetuta per l’ultima volta l’8 gennaio di quest’anno, dopo oltre 1300 repliche sul palco dell’Imperial Theatre a Broadway. «Billy Elliott: The Musical», che ha debuttato ufficialmente a New York il 13 novembre 2008, è una delle migliori produzioni che si siano viste in questi anni.
La storia è quella che probabilmente conoscete, se avete visto il film del 2000.
Come è successo spesso da queste parti, un successo cinematografico ha convinto i produttori a portare la storia in scena (vedi Prova a Prendermi, Spiderman e Sister Act, per citare qualche caso degli ultimi anni). Ma stavolta si è partiti dai teatri di Londra, nel West End, nel 2005. I testi sono di Lee Hall, lo sceneggiatore del film, e le musiche di Elton John. Il fatto che nel 2009 “Billy Elliot: The musical” si sia portato a casa una carretta di Tony Award (tra cui quelli per musical dell’anno, libretto, musiche originali, attore protagonista, regia, coreografie e orchestrazione) dice già molto. E si aggiungono ai quattro Lawrence Olivier Award già presi in Europa per la produzione londinese.
Ma non si capisce davvero il senso di quel successo se non si vede dal vivo almeno uno di questi bambini danzare. Sono stati in molti ad avere il ruolo di Billy e – data l’età – erano reclutati per una o due performance a settimana, in modo da poter continuare ad avere la vita di un bambino normale, più o meno. Sullo sfondo c’è un’Inghilterra povera e forte – esattamente come nel film – ma il teatro sceglie altri mezzi per raccontare le cose di pari passo. O meglio, a passo di danza, come quando le proteste dei minatori (e i manganelli dei poliziotti che li vogliono fermare) si intrecciano con uno scalmanato corpo di ballo: una decina di bimbe che sgambettano mentre altrettanti agenti cercano di riportare l’ordine. Tutto questo sulle note di una marcia che si trasforma presto in un brano rapido, fuggente, ma allo stesso tempo pronto a esplodere.
(Il brano intero nella versione del cast originale è qui)
Anche se dura pochi secondi, nel video si vede chiaramente che cosa ci sia in scena: quasi niente. La grandissima forza di questa produzione sta nell’essere fortemente teatrale, di quel teatro che ha bisogno solo dei corpi e delle parole – e, in questo caso, della musica e della danza. C’è qualche sedia, un tavolo per la cucina di casa, il letto di Billy, ma tutto si limita all’essenziale. Il resto è fantasia e immaginazione.
Le stesse che servono per confezionare una delle scene più divertenti e squisitamente naif (anche in questo caso, se avete visto il film, è la scena in cui Billy scopre che il suo migliore amico ogni tanto indossa per gioco i vestiti della madre. Purtroppo nel video qui sotto manca l’ultima parte, in cui i vestiti da donna prendono vita ed entrano in scena danzando in uno spettacolo delizioso).
Le recensioni di questo spettacolo sono state positive sotto ogni fronte (salvo un caso d’eccezione, ma di quello parlerò un’altra volta). C’è la vitalità e il talento di decine di giovanissimi ballerini. Ed è ovvio che ognuno di loro ha una storia differente, ma l’impressione è che tutti abbiano affrontato, se non le stesse difficoltà (mi auguro), probabilmente la stessa fatica e l’impegno che hanno reso grande il vero Billy. C’è poi una storia divertente, dura, allegra, personaggi strani e bizzarri. Ma questo, in parte, c’è anche nel film. Il musical ha dalla sua le strepitose musiche di Elton John. E io non sono esattamente una sua fan, anzi, ma il lavoro fatto con quelle musiche è spiazzante, direi «travolgente» se non fosse una parola abusata. Questo, per esempio, è un pezzo che a teatro fa venire la pelle d’oca (provate a sentirlo da 2:30).
L’impressione generale, quando si esce dal teatro, è che ci sia dietro uno studio profondo sulle musiche di quel territorio. In “Once we were kings”, poi, il senso del brano viene fuori anche senza le parole. Quello che senti è il grido, dignitoso e a testa alta, di una società avvilita, che non vuole rinunciare a quello che aveva fino a poco tempo prima. Che poi è semplicemente qualcosa che ha ottenuto con fatica, lavorando in miniera.
La povertà che si riflette su ogni elemento della scena risalta per il contrasto con la grandezza dei sogni di un bambino, le aspettative dei lavoratori, il talento di chi danza, la fatica quotidiana di ognuno dei protagonisti. La presenza di ognuna di queste cose si sente fortissimo nella storia. E in scena non serve nient’altro.
Poi c’è la danza. Ma quella merita un capitolo a parte.
Ero ancora a NYC quando ho scritto l’ultimo post, in piena stagione di musical. Diciamo che quel paio di settimane sono finite condensate in un posto solo, ma su due pagine, qui.
E ora sta per succederne un’altra, attesissima, lavorata, studiata, e finalmente dotata di una forma e di un contenuto. Ed è quella che mi riporterà dritta dritta a NYC.
Norbert Leo Butz ha un nome complicato da ricordare ma è uno dei migliori attori che vi possa capitare di vedere a Broadway. Nella parte di Carl Hanratty ha vinto il riconoscimento più prestigioso nel suo campo: il premio come miglior attore di un musical ai Tony Awards di quest’anno. Dice: e chi accidenti è Carl Hanratty? Se avete visto “Prova a prendermi” di Steven Spielberg, con Tom Hanks e DiCaprio, beh, era Tom Hanks (e anche lui non se l’era cavata male, per dire).
Quella storia lì, oltre a essere vera e avere ispirato un libro, un film e una serie tv, è diventata un musical, con lo stesso titolo del film: “Catch Me if You Can”. Non sto qui a discutere quanto sia bello il film (se non l’avete visto, rimediate subito!) o quanto sia completo il libro (che trovate a pochi spicci). Il musical è tutt’altra storia, ovviamente. O meglio: la storia è sempre quella, ma confezionata fra ballerine dalle gambe lunghissime, orchestra in scena e una generosa mano di swing. E con Butz, che non ha le gambe lunghissime, anzi, ma è un attore eccezionale. E quando dico eccezionale intendo numeri come questo.
Sì, lo so, il video parte con un bel biondino dalla voce strepitosa. E non è lui, come avrete capito. Ma è l’altra perla di questo show: Aaron Tveit, nella parte di Frank Abagnale Jr., il ragazzo che prima di compiere vent’anni aveva prodotto assegni falsi per più di un milione e mezzo di dollari in giro per gli Stati Uniti e in qualche pezzetto d’Europa, facendosi passare di volta in volta per un pilota, un dottore e un avvocato. E quando è stato preso aveva un conto di 2,5 milioni di dollari da restituire.
Qui, come da copione, lo racconta ballando e cantando. E lo fa divinamente. I pezzi migliori dello show, che si possono ascoltare qui e qui (puro swing, almeno quel tipo di swing che a Broadway ha la sua casa), sono proprio quelli che vedono in scena il truffatore ragazzino e l’agente un po’ maldestro che è sempre a un soffio dall’acchiapparlo.
Brani come “Live in Living Color” e “Don’t Break The Rules” sono una gioia da sentire e da vedere, peccato solo per qualche minima sbavatura in alcune coreografie, ma lo spettacolo è di primo livello. Un po’ meno intrigante la voce di Kerry Butler nel ruolo di Brenda (la ragazza con cui Frank vuole fare sul serio, salvo poi fuggire durante il party di fidanzamento), che si trasforma in una specie di Olivia Newton-John in versione “Hopelessly devoted to you” (ovvero: sono sola, piango il mio amore che è cambiato e fuggito, ma lui è bravo e tornerà, e io canto illuminata dalla luna in un vestito color confetto e con un nastro fra i capelli biondi lisci e pettinatissimi), ma senza essere all’altezza. Il brano in questione è “Fly, Fly Away”, che non sarebbe neanche male, ma lei ha una voce nasale come poche. Peccato, perché il resto dell’interpretazione non è male. In questo caso la sua sfortuna è un cast eccezionale: la sua resa risulta infinitamente opaca di fronte a due talenti scintillanti e infaticabili come Tveit e Butz, che sono assolutamente irresistibili.
Altri brani meno memorabili diventano perle visive con alcuni dettagli semplicissimi: in “(Our) Family Tree” una manciata di nastri riescono a trasformare il palco in un gigantesco albero; “Goodbye”, la canzone che Tveit canta nei panni di Abagnale dopo essere stato catturato, è più orecchiabile ma non è in fondo un pezzo indimenticabile, eppure rende perfettamente l’idea del momento di passaggio, quando lo sfondo scuro scompare e il palco si illumina di una luce accecante, trasformando la scena in quello che sarà il futuro di Abagnale: un’esistenza alla luce del giorno (o sotto copertura, ma senza fughe), al fianco dell’Fbi, a caccia di altri truffatori.
Ma, alla fine, perché tutto questo affannarsi a mentire e ammucchiare sacchi di banconote senza neanche avere il tempo di spenderli? “Non era per i soldi, davvero, era per le ragazze”. E a dirlo non è uno dei personaggi in scena. È Frank William Abagnale Jr., in persona, sul palco del Neil Simon Theatre, per un fuori programma subito dopo la fine dello show. È stato lui a raccontare la sua vita, i trucchi per falsificare gli assegni dell’epoca, le giornate passate a studiare medicina (o legge). E ancora il rapporto con i genitori, il lavoro con il governo americano grazie al quale ha pagato uno per uno tutti gli assegni falsificati da ragazzo, e infine il suo ringraziamento agli Stati Uniti e all’Fbi, “a cui devo ancora tanto”.